Sito archeologico di Monti di Deu

TOMBA DI GIGANTI DI PASCAREDDA

Tomba dei Giganti
Tomba dei Giganti

 

Forse è la solennità del Monte di Deu, che chiude verso Est il popoloso altipiano posto a settentrione del Limbara, ad aver alimentato quel senso di sacralità insito anche nel toponimo. Oppure è l’incanto di quel contrasto fra il grigio rilucente del granito, il verde cupo che ne orna le pendici e i colori della piana coltivata che si stende ai piedi del monte, ad alimentare la suggestione. In realtà bastano le testimonianze della storia multimillenaria di questi luoghi ad accrescerne l’interesse . Infatti, l’insediamento è stato qui favorito dalla conformazione del paesaggio, che consente il controllo del territorio fino ai valichi che aprono l’altipiano  verso la Gallura orientale. I nuraghi Agnu, Bonvicinu e Budas, con le capanne che punteggiano gli spazi intorno, la fortezza che si articola sulla cima del Monte (669 metri s. l. m.) , le strutture di avvistamento poste sulle creste granitiche circostanti attestano infatti la consapevolezza del territorio già in età nuragica.

Quasi ad affermare l’autorità della società stanziata attorno al Monte di Deu è la tomba di giganti di Pascaredda, che con la sua monumentalità e dimensioni rafforza il senso dell’appartenenza e della cooperazione che doveva caratterizzare i gruppi stanziati nell’ambito di un’unità territoriale.  La tomba è posta a poche decine di metri dal rio San Paolo che segna la valle assumendo varie denominazioni lungo il suo corso. Giungervi non crea difficoltà: si percorre la strada statale 127 in direzione Tempio – Calangianus e, dopo cinque chilometri, si svolta a destra. La segnaletica chiara indica un percorso carrabile che prosegue con un antico sentiero pedonale, per condurre ad un suggestivo viottolo lungo il rio Badumela, fino a varcare un ponte di legno fra gli ontani secolari cresciuti lungo gli argini del corso d’acqua. Una valle orlata da sugherete ospita  la tomba che  si presenta alla vista come una collina per via del tumulo conservato nella sua completezza. L’antica maestosità del sepolcro si legge soprattutto nella serie dei monoliti che  coronano l’esedra, posti nove per parte in altezza scalare rispetto alla stele centrale. La mancanza della parte superiore di quest’ultima, sottratta nel corso dei secoli, altera di poco la monumentalità originaria per le  dimensioni della porzione residua larga m 2,30. Il tumulo di terra e pietre copre completamente il corpo della tomba, lasciando attualmente in vista soltanto la serie di dodici lastroni di granito della copertura del corridoio sepolcrale, quest’ultimo inserito in un corpo murario di oltre tredici metri di lunghezza. A circa metà del loro corso, uno spazio libero fra due lastroni diversamente sagomati può essere scambiato per una lacuna; si tratta, in realtà, del vuoto originariamente coperto da un elemento amovibile: una sorta di botola funzionale al seppellimento, che veniva spostata all’occasione e poi riposizionata e ricoperta di terra. Questo particolare, unito all’uso ormai accertato della sepoltura dei defunti in deposizione primaria, ossia col corpo nella sua completezza, dà ragione anche delle dimensioni ridotte del portello posto alla base della stele centinata, quest’ultima simboleggiante la “falsa porta” . Esso riveste il valore simbolico di collegamento fra il mondo dei viventi e quello dei defunti, un legame rinvigorito anche in momenti particolari dei rituali di sepoltura e di ricordo che lo scavo ha evidenziato. Infatti, stoviglie e contenitori di terracotta ammucchiati sul lato destro dell’esedra, spesso frantumati secondo le usanze funerarie, ed avanzi di pasto raccontano delle offerte di cibi ai defunti nel corso di pasti rituali condivisi dalla comunità che vi partecipava. L’ampiezza dell’area cerimoniale, di circa venti metri di corda, ne lascia immaginare la consistenza numerosa: segno eclatante di un senso forte della collettività che permea la vita della società dell’età Bronzo Medio pieno, e che si traduce in senso dell’uguaglianza almeno di fronte alla morte. La tomba comunitaria infatti, senza distinzione di sesso né di età o di censo, ne è un chiaro segnale. Nella sua lunga utilizzazione, dal XV al X secolo a. C., si percepisce il valore dell’identità che il popolo nuragico affidava al culto dei defunti.

 

Angela Antona

 

In “LA SARDEGNA: I TESORI DELL’ARHEOLOGIA“, Carlo Delfino editore, 2011

 

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